Il “coraggio di guardare” che manca alla CEI: “Chiarire, elaborare, prevenire” vs. “Proteggere, prevenire, formare”

Coordinamento contro gli abusi sessuali nel clero

Il “coraggio di guardare” che manca alla CEI: “Chiarire, elaborare, prevenire” vs. “Proteggere, prevenire, formare”

Il progetto triennale della diocesi di Bolzano “Il coraggio di guardare”, per elaborare e prevenire abusi e altre forme di violenza, presentato il 17 novembre, sembrerebbe un caso unico in Italia. Già a partire dalla sua presentazione, avvenuta con il coinvolgimento e la partecipazione della componente civile della società: dai rappresentanti delle istituzioni, alla magistratura e alle forze dell’ordine, a sottolineare che gli abusi rappresentano un problema sociale che richiede la partecipazione di tutte le parti in causa.

Due i cardini del progetto: l’ascolto dei sopravvissuti e il lavoro di indagine con due studi legali indipendenti, uno tedesco (già responsabile del Rapporto sugli abusi delle diocesi di Monaco e di Colonia) e uno altoatesino.

Per affrontare gli abusi, il percorso – portato avanti in collaborazione con l’Istituto di antropologia della Pontificia Università Gregoriana, presieduto da p. Hans Zollner – si basa su tre fasi: chiarire, elaborare, prevenire. Sulla base dei dati emergenti dagli archivi diocesani verranno raccolte ulteriori informazioni con questionari e interviste ai testimoni dei fatti. I risultati verranno resi pubblici e costituiranno la base per il lavoro successivo di elaborazione e prevenzione. Un esempio che andrebbe seguito altrove, dalle altre diocesi, perché senza fare verità sul passato, senza procedure trasparenti e senza mettere al centro i sopravvissuti, prevenire non è possibile.

L’iniziativa posta in essere a Bolzano potrebbe innescare un cambio di prospettiva, un cambio di priorità nei compiti della Chiesa e un cambio di mentalità.

Un cambio di prospettiva: non più la visione autoreferenziale della Cei, ma l’attenzione alle vittime.

Un cambio di priorità: gli abusi devono essere al centro dei compiti della Chiesa, non uno fra i tanti temi sul tappeto.

Un cambio di mentalità: solo con un approccio trasparente che si avvalga di uno sguardo esterno si può fare verità, e solo così si può arrivare a rendere la Chiesa un posto sicuro.

Si tratta di un approccio agli antipodi da quello della Chiesa italiana, che non ha capito che non si può proteggere, tanto meno prevenire, se prima non si compie un lavoro di verità e giustizia, e che ostinatamente rifiuta di condurre una inchiesta indipendente. La Chiesa italiana punta molto sui centri d’ascolto, nonostante i dati risibili dell’ultima recente rilevazione nazionale (32 casi e 54 vittime in un anno su tutto il territorio nazionale, mentre la maggior parte dei servizi diocesani non è stata contattata), e investe molto in una formazione che, concepita senza una conoscenza profonda nel tempo della situazione reale, risulta carente.

Sono gli stessi referenti diocesani a essere insoddisfatti delle iniziative della Chiesa italiana: secondo quanto riportato nella Rilevazione Cei di quest’anno, la loro valutazione è molto severa. Una conferma del fatto che la “via italiana” di contrasto agli abusi è una casa costruita storta e senza fondamenta.